Sul viaggiare: il tempo del viaggio

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Accade durante i viaggi: un solo mese sembra più lungo di quattro mesi trascorsi a casa
Arthur Schopenhauer

Come spesso accade con le citazioni a tema viaggio, che raccolgo su un file ogni volta che ne incontro una, non so dire per certo se e dove Schopenhauer abbia scritto o detto questa cosa. Mi piace però immaginare che ci abbia pensato durante il suo viaggio in Italia.

È il settembre del 1818 quando il filosofo lascia Dresda e, dopo un breve soggiorno a Vienna, attraversa le Alpi. A novembre è a Venezia, proprio nello stesso momento in cui c’è anche Byron per cui Schopenhauer ha una lettera di presentazione scritta da Goethe. Per qualche motivo però i due non si incontrano. Poi Schopenhauer si sposta visitando Bologna, Firenze, Roma e Napoli. C’è un libro che racconta Schopenhauer in Italia.

In questo periodo io non sto viaggiando e perciò mi appassiono più che mai ai viaggi altrui, quasi che potessi muovermi vicariamente tramite loro. Che siano viaggiatori di adesso o del passato non fa differenza, del resto è lo spirito stesso di Io Viaggio in Poltrona.

Per questa mia immobilità attuale mi capita di pensare più spesso del solito alla dilatazione del tempo in viaggio e a come invece si comprime nella quotidianità fatta di impegni in agenda e rogne da sbrogliare. Ne ho scritto anche nella newsletter Kalò Dromo, parlando di un ambito diverso ma a cui si applica il medesimo concetto: come la percezione del tempo si dilata o si restringe in base a quello che sto facendo.

Io sono d’accordo con Schopenhauer, in viaggio il tempo si allarga. Forse perché si appropria di tutto lo spazio che normalmente è stipato di impegni, ma non ne sono del tutto sicura. Quando viaggio non lascio spazi vuoti, al contrario riempio tutto il tempo. Anche quando mi siedo su una piazza a guardare che accade, sto riempiendo il tempo di scoperta. Convoglio l’attenzione.

Sul perché il tempo del viaggio sembri più lungo non saprei dire, pur avendoci riflettuto a fondo. Probabilmente è la domanda sbagliata da farsi, in fondo che importa il perché? È tempo guadagnato, per quanto non mi piaccia la logica del guadagno quando si viaggia. Potrei dire forse che è tempo recuperato, salvato, che corre a un passo differente da quello giornaliero, strappato alle incombenze. Oppure che accade senza essere strutturato e inscatolato. Persino quando ci atteniamo a un programma di viaggio definito in anticipo c’è sempre l’imprevisto e c’è sempre l’incontro con l’altro e l’altrove a rendere tutto nuovo. È forse qui, il cuore di tutto? È la novità che cambia la consistenza al tempo?

La foto di apertura è di Annie Spratt/Unsplash

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